Venerdì, 18 Maggio, 2012
CAF media press

EMERGENZA ABUSO E MALTRATTAMENTO INFANTILE

Dai normali canali di informazione, risulta difficile oggi in Italia capire la portata e le caratteristiche di un fenomeno così complesso come il maltrattamento e l’abuso ai danni dei bambini. Da un lato, infatti, emergono periodicamente agli onori della cronaca episodi anche molto gravi, ma trattati in un modo superficiale, che tende a spettacolarizzare e semplificare la figura sia della vittima che dell’adulto maltrattante, oltre che insistere sui particolari più morbosi delle vicende.
Dall’altro lato, giornali e televisione molto raramente approfondiscono e cercano di chiarire gli aspetti di contesto, i dati scientificamente provati, le opinioni dei professionisti che si occupano della rilevazione e della cura degli effetti dei maltrattamenti. Quindi si è formata, e si consolida nel tempo, un’opinione diffusa secondo la quale i bambini vengono maltrattati e abusati da “mostri” prevalentemente esterni alla famiglia o, se familiari, da adulti “malati”. Quello che invece risulta dalla letteratura sull’argomento e dalla nostra esperienza, è che il 70% degli abusi...

1 bambino su 5 è vittima di abuso. Questo il dato sconcertante che emerge dalla Convenzione di Lanzarote.

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viene perpetrato da familiari o da persone conosciute dal bambino e che gli adulti che maltrattano hanno spesso a loro volta vissuto esperienze infantili di maltrattamento, deprivazione o lunghe istituzionalizzazioni.

Un’altra costante dell’immaginario comunemente diffuso è la convinzione che un bambino allontanato dalla propria famiglia sarà doppiamente penalizzato se accolto in una comunità, che viene solitamente associata ai vecchi istituti o addirittura agli orfanotrofi di dickensiana memoria.
Difficile dunque avvicinare questi due estremi: da una parte un sentire comune che si nutre di informazione scorretta, di mito della famiglia e di difese psicologiche, dall’altra una realtà così complessa e carica di dolore come il maltrattamento di bambini da parte dei loro stessi genitori.
Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine.

Secondo stime tratte da medie europee (Brown K., 2005), in Italia i servizi specialistici seguono 71.049 minori (bambini e adolescenti vittime di gravi reati, abusi sessuali, psicologici e fisici, trascuratezza, sfruttamento); di questi, 32.400 vivono attualmente al di fuori della famiglia ospitati in comunità come la nostra; la restante parte viene seguita dai Servizi Sociali sul territorio rimanendo presso la propria famiglia di origine.

Quando il Tribunale per i Minorenni decide di allontanare un bambino lo fa per proteggerlo, per interrompere una situazione di grave pregiudizio che mette seriamente in pericolo la sua crescita normale. Nel fare questo, mette in atto in genere una serie di provvedimenti per ottenere maggiori informazioni sulla situazione e sulla famiglia, e per aiutare i genitori a comprendere, migliorare ed eventualmente ritornare insieme ai loro figli. Nel frattempo, però, in attesa che questi dispositivi vengano attuati, i bambini vengono “messi al sicuro” in luoghi specializzati a prendersi cura di loro come bambini, ma anche delle loro gravi ferite psicologiche.  Il CAF è uno di questi luoghi di accoglienza e di cura.

Per tornare all’immaginario comune, spesso ci viene chiesto se dopo l’allontanamento i bambini non potrebbero andare subito in una famiglia affidataria. La nostra risposta è che i maltrattamenti e gli abusi subiti da questi bambini hanno lasciato delle tracce così dolorose, delle ferite così profonde che è necessaria una sorta di “camera di rianimazione”, affinché sia portato un primo soccorso altamente specializzato in un’atmosfera che non ricordi troppo l’intimità della famiglia. Gli adulti di riferimento di una comunità come il CAF accolgono, si prendono cura del bambino nella quotidianità, predispongono un ambiente terapeutico fatto di tempi, spazi, azioni, ascolto. In un secondo momento, i bambini potranno ritornare a una famiglia, sia questa la propria, una famiglia affidataria o, nei casi più gravi,
una famiglia adottiva.
Accogliere e aiutare questi bambini così sofferenti non significa però dimenticare le difficoltà incontrate dai loro genitori nel prendersi cura di loro. Per quanto gravi siano stati i maltrattamenti, gli operatori del CAF cercano sempre di offrire uno spazio di accoglienza, ascolto e conoscenza ai genitori dei minori
accolti. Lavorare con le famiglie dei piccoli ospiti significa osservare la relazione tra genitori e figli, ricostruire storie spesso frammentarie e dolorose, cercare spazi per riflettere, eventualmente sostenere la genitorialità o accompagnare l’accettazione di progetti di affido.
Il nostro Centro, inoltre, a partire dalla propria esperienza trentennale cerca il confronto con altre realtà del territorio nazionale per condividere linee guida, modelli teorici, procedure organizzative e buone prassi consolidate o innovative. Infatti il CAF fa parte di una rete di centri e servizi specialistici, il CISMAI, Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia. Lo sforzo di confrontarsi su alcuni principi fondamentali e procedure di intervento, risulta
l’indispensabile completamento della quotidiana pratica di accoglienza e cura rivolta ai bambini e alle loro famiglie.

Pedagogista CAF
Francesca Imbimbo